Ninfe dei venti
I Greci conoscevano diverse Aurai, ninfe dell’aria agili e alate. Una tradizione fa di Aura la figlia di Borea, il dio del vento del nord.
Dal soffio d’aria dei Greci ai punti aura nel cortile della scuola.
Prima di essere un bagliore, un carisma o un punteggio, «aura» era semplicemente vento: il soffio fresco del mattino, l’aria che si muove.
Il greco αὔρα significa respiro, brezza fresca, aria in movimento. Il latino lo adottò come aura per brezza, vento e lo strato superiore dell’aria. Dietro, i linguisti ipotizzano la radice indoeuropea *wer-, «sollevare, tenere sospeso»: la stessa famiglia da cui vengono anche aorta e arteria.
Già nell’antichità la parola si usava in senso figurato: per gli eventi mutevoli e per il favore del popolo, l’aura popularis, che gira come il vento. In inglese arrivò nel XIV secolo ancora come «brezza leggera». I significati di oggi, un’irradiazione o un’atmosfera che circonda qualcuno, si formano solo a partire dal XVIII secolo.
I Greci conoscevano diverse Aurai, ninfe dell’aria agili e alate. Una tradizione fa di Aura la figlia di Borea, il dio del vento del nord.
Nelle Dionisiache di Nonno, Aura è la dea dell’aria fresca del mattino, figlia del titano Lelanto e cacciatrice al seguito di Artemide. Deride il corpo di Artemide, troppo femminile per una vergine. Artemide invoca Nemesi per vendicarsi, e Dioniso ubriaca Aura con un fiume di vino e la violenta. Uno dei suoi gemelli diventa Iacco, il dio dei Misteri eleusini.
In Ovidio il cacciatore Cefalo, nella calura di mezzogiorno, invoca la fresca «Aura», la brezza. Qualcuno che origlia scambia Aura per un’amante e lo riferisce a Procri, la moglie di Cefalo. Lei lo segue di nascosto, gelosa; lui scambia il fruscio tra i cespugli per selvaggina e la uccide con la sua lancia. Nel gioco di parole risuona anche Aurora.
Molto prima che qualcuno volesse «vedere» l’aura, la si dipingeva: come un cerchio di luce che indica potere e santità.
L’arte ellenistica e romana raffigurava il dio del sole Helios, e più tardi gli imperatori, con una corona radiata. Poiché il motivo era pagano, l’arte paleocristiana dapprima lo evitò. Gli imperatori cristiani usarono il semplice nimbo per i loro ritratti ufficiali; dalla metà del IV secolo ricevette questo segno imperiale anche Cristo, nel V secolo talvolta gli angeli. Solo nel VI secolo l’aureola divenne consueta per Maria e i santi.
Helios, imperatori romani, più tardi il Sol Invictus
Disco di luce intorno al capo, dal lat. «nube, vapore»
Luce intorno a tutta la figura
A forma di mandorla, per lo più per il Cristo trasfigurato
Circa un terzo delle persone con emicrania la conosce bene: un arco a zigzag scintillante attraversa il campo visivo, dietro di sé una macchia cieca. Dopo 20–30 minuti se ne va, e spesso arriva il mal di testa.
L’immagine tipica si chiama scotoma scintillante o, per i bordi seghettati che ricordano mura di fortificazione, spettro di fortificazione. Comincia piccola vicino al punto di fissazione e cresce fino a un arco a forma di C che migra verso il bordo del campo visivo. Oltre ai disturbi visivi ci sono anche formicolii e intorpidimenti che si estendono dalla mano al viso, o disturbi del linguaggio.
La causa, secondo le conoscenze attuali, non è un restringimento dei vasi, come si è creduto a lungo, ma una depressione corticale diffusa (cortical spreading depression): un’onda in cui le cellule nervose e gliali si depolarizzano quasi del tutto e che percorre la corteccia visiva a 2–5 mm al minuto.
Il rischio di ictus aumenta soprattutto nelle donne sotto i 50 anni che fumano o usano contraccettivi con estrogeni. Un’aura che compare per la prima volta, una che dura più di un’ora o paralisi improvvise vanno sottoposte a un medico. Questa pagina non sostituisce un consulto medico.
Le visioni luminose della mistica del XII secolo, con stelle splendenti, cerchi e una «luce vivente», furono interpretate nel 1917 dallo storico della medicina Charles Singer come aure emicraniche. Oliver Sacks riprese l’idea nel suo libro Emicrania.
Alcune aure distorcono le dimensioni e la percezione del corpo: le cose sembrano minuscole o enormi. Che Lewis Carroll soffrisse di emicrania è documentato; che le sue aure abbiano ispirato «Alice» resta una speculazione.
La parola medica «aura» ha quasi 1900 anni, ed è uscita dalla bocca di un paziente.
Il medico romano Galeno riferisce che un paziente del suo maestro Pelope descriveva l’inizio delle sue crisi come un soffio freddo che saliva dalla gamba fino alla testa. Da allora ciò che alcune persone avvertono prima di una crisi epilettica si chiama aura.
Dal 2017 la Lega Internazionale contro l’Epilessia (ILAE) lo chiarisce: un’aura non è un segnale premonitore, è già una crisi, una crisi focale con consapevolezza conservata. Può restare isolata o estendersi in una crisi più ampia. Nelle crisi del lobo temporale circa l’80% delle persone colpite ha aure di questo tipo.
Fëdor Dostoevskij, epilettico lui stesso, descrisse nell’Idiota un’aura estatica: secondi di somma lucidità e beatitudine per i quali si potrebbe «dare tutta la vita». Queste aure di felicità sono rare, ma ben documentate.
Una stretta che sale dallo stomaco alla gola. L’aura più frequente nell’epilessia del lobo temporale.
La sensazione di aver già vissuto tutto, o al contrario il jamais-vu: il familiare appare estraneo.
Odori improvvisi, spesso sgradevoli, come di gomma bruciata, o un sapore metallico.
Paura senza motivo, più raramente euforia; un’«onda» che attraversa la testa.
L’aura più famosa è quella che nessuno sa misurare: un bagliore colorato che circonderebbe ogni persona e ne rivelerebbe carattere, umore e salute.
L’idea è meno antica di quanto sembri. Quasi tutto ciò che oggi si racconta sull’«aura umana» risale a due fonti intorno al 1900: la teosofia e un medico londinese.
Annie Besant e Charles W. Leadbeater, figure di spicco della Società Teosofica, pubblicarono nel 1905 Thought-Forms (Forme-pensiero): pensieri e sentimenti produrrebbero colori e forme nell’aura, visibili solo ai chiaroveggenti. Le tavole a colori del libro influenzarono Vasilij Kandinskij e Hilma af Klint, e con loro l’arte astratta.
Nel 1911, in The Human Atmosphere, il medico Walter J. Kilner credette di poter rendere visibile l’aura con schermi di vetro pieni di colorante dicianina. Il termine «corpo eterico» lo prese in prestito dalla teosofia.
Queste associazioni variano molto da una scuola all’altra e non hanno alcun fondamento empirico. Provengono dalla teosofia, dal New Age e dalle tabelle cromatiche dei produttori di fotocamere per l’aura.
Approfondimento I colori dell’aura Sette sistemi cromatici da Goethe a TikTok, i colori dei chakra vecchi e nuovi, un esperimento sulle immagini residue e perché le interpretazioni calzano così bene. →Semën Kirlian posava oggetti su una lastra fotografica sotto alta tensione e otteneva sagome luminose con una corona di raggi. In termini fisici si tratta di una scarica a corona: la tensione strappa elettroni all’aria, l’aria ionizzata si illumina, una sorta di «fulmine lento». Almeno 22 fattori alterano l’immagine, tra cui pressione e angolazione della mano, pressione atmosferica, frequenza del polso e soprattutto l’umidità, cioè il sudore.
La Polaroid colorata con una nuvola di colore intorno alla testa, che si ottiene alle fiere e nei negozi esoterici, ha in comune con Kirlian solo il mito. Si appoggiano le mani su piastre metalliche con sensori che misurano conduttanza cutanea e temperatura. Un programma traduce i valori in colori, la cui corrispondenza è stata stabilita da Coggins con un team di veggenti, e li sovrimprime al ritratto.
Quando chi dice di vedere le aure deve indovinare dietro quali pareti opache si trova una persona, i risultati sono al livello del caso. L’ipotesi che vedere le aure sia una forma di sinestesia è stata verificata da uno studio del 2012: i lettori di aure non hanno superato i test di sinestesia, e i due fenomeni si distinguono nettamente.
Che cosa esiste davvero: ogni corpo irradia calore (infrarosso, visibile con le termocamere), e le cellule emettono una luce debolissima (biofotoni, circa mille volte troppo deboli per l’occhio). Con l’aura colorata dell’esoterismo nessuno dei due ha nulla a che fare. Chi vede aloni colorati intorno alle persone spesso sperimenta immagini residue: se si fissa una persona su uno sfondo chiaro, l’occhio produce un bordo nel colore complementare.
«Un singolare intreccio di spazio e di tempo: l’apparizione unica di una lontananza, per quanto possa essere vicina.» Walter Benjamin, Piccola storia della fotografia (1931)
Il suo esempio resta ancora oggi il più bello: in un pomeriggio d’estate, riposando, seguire una catena di monti all’orizzonte o un ramo che getta la sua ombra su chi riposa, «ciò significa respirare l’aura di quei monti, di quel ramo». Anche Benjamin, dunque, torna al senso originario: l’aura si respira.
Nel suo celebre saggio L’opera d’arte nell’epoca della sua riproducibilità tecnica, scritto nel 1935 in esilio a Parigi, trasferisce il concetto all’arte. Un originale ha un qui e ora, una storia, un’autenticità. Fotografia e cinema lo moltiplicano e lo portano vicino. La sua conclusione: «Ciò che vien meno nell’epoca della riproducibilità tecnica dell’opera d’arte è la sua aura.»
UnicitàAutenticitàInaccessibilitàQui e oraValore cultuale
Non una pura perdita: senza aura l’arte perde il suo carattere cultuale e diventa politica e accessibile alle masse. Al tempo stesso Benjamin avvertiva che il fascismo crea un’aura artificiale intorno ai capi e alle adunate di massa, l’«estetizzazione della politica».
Il dibattito continua: nei musei che difendono gli originali contro le riproduzioni digitali, negli NFT che rivendicano un’unicità digitale e nelle immagini generate dall’IA, che nascono senza originale.
Nell’estate del 2024 l’aura è diventata una valuta: chi si comporta in modo cool, sicuro o coraggioso guadagna punti aura, chi fa una figuraccia li perde.
La parola sta, come ha scritto nss magazine, «a metà tra misticismo e videogioco»: l’aura come carisma, contata come punti esperienza. Secondo il Wall Street Journal, su TikTok i contenuti con #aurapoints sono cresciuti del 378% solo da maggio a giugno 2024. Nell’ottobre 2024 i ragazzi tra gli 11 e i 20 anni hanno scelto «Aura» come Jugendwort des Jahres, la parola giovanile dell’anno in Germania, di strettissima misura davanti a «Talahon» e «Schere».
Nel 2025 è arrivato l’aura farming: raccogliere aura di proposito con un’aria disinvolta e apparentemente priva di sforzo, farming come nel gergo dei videogiochi per la raccolta ripetuta di punti. A renderlo famoso in tutto il mondo è stato l’undicenne Rayyan Arkan Dikha, che durante la gara di barche Pacu Jalur a Riau, in Indonesia, ballava sulla prua di una lunga imbarcazione per incitare i rematori. Il suo ballo è stato imitato ovunque, dalle squadre di calcio ai poliziotti di Mumbai. Lui stesso dice che il ballo era spontaneo.
Il satellite di osservazione della Terra è partito il 15 luglio 2004 con un razzo Delta II. Misura ozono, aerosol e gas in tracce e doveva chiarire se lo strato di ozono si sta riprendendo. Ormai la sua orbita va alla deriva; i pannelli solari sempre più deboli dovrebbero porre fine alla missione verso il 2028.
Aura è un racconto dello scrittore messicano: un giovane storico va a vivere nella casa di una vedova antichissima e si perde per la sua enigmatica giovane nipote Aura. Un classico della letteratura fantastica, insolitamente narrato in seconda persona.
«Aura» apre il suo album ARTPOP, un brano sul velarsi e su ciò che si nasconde dietro l’immagine pubblica.
Il Pokémon Lucario sa percepire e dirigere l’aura, e la sua mossa distintiva è Forzasfera (Aura Sphere). In generale l’aura è una fonte di potere molto amata nei videogiochi e negli anime, dai giochi di ruolo fantasy ad Avatar. Qui l’origine videoludica dei punti aura incontra il mito.
In spagnolo, italiano e finlandese Aura è un nome femminile diffuso; in Finlandia Aura è anche un fiume che attraversa Turku.
La parola vende vicinanza e splendore: cornici digitali, illuminazione RGB per computer, benessere, cosmetici, hotel. Poche parole sono così elastiche, perché significano insieme aria, luce e personalità.